Ci vuole raccontare come è nata l’idea di realizzare l’Oasi?
L’idea è nata vedendo che in Sicilia i disabili non avevano una casa.
Erano sulle spalle della famiglia, che tra l’altro li considerava come se fossero un castigo di Dio.
Quindi avevano paura di presentarli e li tenevano chiusi in casa.
Io lavoravo come assistente dell’Azione Cattolica.
Ne parlai e si ci convinse che era doveroso fare qualcosa, realizzare qualcosa per loro.
Allora, ci siamo posti questo interrogativo: “Cosa facciamo”?
E la risposta non è stata difficile: “Se noi fossimo loro, se loro fossero uno dei nostri figli, fratelli, amici, parenti, che cosa vorremmo che si facesse per loro?
Questa è stata la linea guida del cammino dell’Oasi.
Prima una piccola casa di accoglienza; poi una casa di cura; infine un istituto di ricovero a cura a carattere scientifico. È stato uno sviluppo molto celere e qualificato.
Il disabile qui non è solo una persona che viene accolta, ma una persona che viene aiutata a guarire, a riabilitarsi.
Ma vi è un altro concetto legato a questo: la città aperta.
La città aperta non è tanto una struttura ma una cultura dove i deboli e forti imparano a convivere e questo è possibile se si impara a condividere
Il forte deve capire il debole e deve aiutare il debole.
Il forte deve mettere a disposizione le potenzialità che lui ha.
Allora deboli e forti insieme possono qualcosa di molto positivo.
Poiché i deboli non sono solo i disabili ma anche coloro che hanno difficoltà nella vita, la città aperta è la città dove i deboli sono ben accolti e dove possono trovare una soluzione ai loro problemi.
Quella che è umanamente possibile.